Quando l’attaccante non fa gol (finisce in zona rossa)


Due anni fa Ciro Immobile visse la sua lunga astinenza dal gol in Nazionale e fece quello che intuitivamente faremmo tutti.
Si impegnò di più.
Contro la Finlandia vide materializzarsi un incubo quando, per 80 minuti, corse in lungo e in largo per buttarla dentro a ogni costo. Senza riuscirci.
Il CT Mancini a inizio secondo tempo cercò di aprirgli gli occhi. Lo richiamò a bordo campo e gli disse: “Corri troppo, aspetta la palla e arriverà”.
Non lo ascoltò.
Negli ultimi 10′ lo rimpiazzò un 36enne Quagliarella che colpì la traversa al primo pallone, diventando immediatamente più pericoloso di lui.
Quello che facciamo con i sintomi è esattamente la stessa cosa, più ci sfuggono, più cerchiamo di eliminarli con soluzioni logiche, loro che di logico non hanno nulla.
Ci saranno stati altri allenatori che avranno richiesto maggior impegno ai loro attaccanti, già frustrati dalla mancanza del gol, peggiorando la situazione.
Allo stesso modo i nostri politici e i presunti tecnici stanno reagendo a delle dinamiche di infezione che avvengono grazie a comportamenti che sfuggono al nostro controllo, cercando di esasperare quest’ultimo.
Abbiamo così creato il disturbo ossessivo compulsivo di Stato: più le cose vanno male più aumenta la repressione. Più vanno male, più chi la subisce se la prende con dei presunti “altri” che sarebbero causa di insuccesso.
Come un calciatore che non fa gol se la prenderebbe con le proprie gambe poco reattive o con i propri piedi poco precisi.

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