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Quando l’attaccante non fa gol (finisce in zona rossa)


Due anni fa Ciro Immobile visse la sua lunga astinenza dal gol in Nazionale e fece quello che intuitivamente faremmo tutti.
Si impegnò di più.
Contro la Finlandia vide materializzarsi un incubo quando, per 80 minuti, corse in lungo e in largo per buttarla dentro a ogni costo. Senza riuscirci.
Il CT Mancini a inizio secondo tempo cercò di aprirgli gli occhi. Lo richiamò a bordo campo e gli disse: “Corri troppo, aspetta la palla e arriverà”.
Non lo ascoltò.
Negli ultimi 10′ lo rimpiazzò un 36enne Quagliarella che colpì la traversa al primo pallone, diventando immediatamente più pericoloso di lui.
Quello che facciamo con i sintomi è esattamente la stessa cosa, più ci sfuggono, più cerchiamo di eliminarli con soluzioni logiche, loro che di logico non hanno nulla.
Ci saranno stati altri allenatori che avranno richiesto maggior impegno ai loro attaccanti, già frustrati dalla mancanza del gol, peggiorando la situazione.
Allo stesso modo i nostri politici e i presunti tecnici stanno reagendo a delle dinamiche di infezione che avvengono grazie a comportamenti che sfuggono al nostro controllo, cercando di esasperare quest’ultimo.
Abbiamo così creato il disturbo ossessivo compulsivo di Stato: più le cose vanno male più aumenta la repressione. Più vanno male, più chi la subisce se la prende con dei presunti “altri” che sarebbero causa di insuccesso.
Come un calciatore che non fa gol se la prenderebbe con le proprie gambe poco reattive o con i propri piedi poco precisi.

Greta Thumberg o perché gli scienziati non funzionano più

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Dalla Retorica di Aristotele alla Scuola di Yale, dai modelli duali degli anni ’80 ai giorni nostri, il genere umano si è sempre arrovellato sui meccanismi della persuasione.
La vividezza del messaggio, il ricorso alle variabili emotive (la paura su tutte), il ruolo dell’umore nel processo di decodifica sono stati scandagliati nei decenni, vivisezionati.
Uno dei cardini della ricerca della psicologia sociale riguarda la credibilità della fonte: il livello di expertise e l’affidabilità.
Nei paesi occidentali però assistiamo negli ultimi anni ad una riduzione progressiva del livello di importanza della prima: il livello di esperienza in materia sembra contare sempre meno, è una percezione distorta o è davvero così?
Il modello euristico (una modalità basata su informazioni più facilmente accessibili che non riguardano il contenuto del messaggio ma che sono strutturate come semplici regole di decisione) basato su affermazioni del tipo “Gli esperti affermano…”, “Studi scientifici dimostrano che…” sembra avere meno efficacia persuasiva di un tempo.
Il dibattito di questi giorni su Greta Thumberg e la sua efficacia sorprendente appare come il cortocircuito che meglio definisce questo trend: quasi paradossalmente la sua credibilità appare messa in discussione da chi è abituato a mettere in discussione anche fonti con un know how più alto.
Greta Thumberg è la personificazione dell’incarnato che prevale sull’argomento e la cognizione, le sue caratteristiche, il suo atteggiamento, il suo non-verbale, ma soprattutto l’idea che siano lei e i suoi coetanei a dover salvare il mondo e che, di conseguenza, abbiano più motivazione di chiunque altro, induce una marea di persone a seguirla, a farne un simbolo (o una moda? Questo si vedrà).
Ciò che sembra essere certo è che tutti noi non abbiamo di certo gli strumenti per stabilire con certezza se questo sia un simbolo autentico o una pedina mossa come profilassi dai “potenti”. Ma continuiamo, nonostante ciò, a discuterne, a fare inferenze, in un eterno rincorrere elementi riduzionistici che possano attenuare le nostre incertezze e le nostre paure.

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Fascinazione e mitologia

FB_IMG_1558046161836Forco era una divinità greca che rappresentava i pericoli nascosti nelle profondità marine e Ceto era un Gigante, un mostro marino che concretizzava le paure delle profondità (marine in senso stretto, dell’animo in senso lato), dal suo nome deriva la parola “cetaceo”.
Forco e Ceto generarono le Graie, rappresentanti le fasi della vecchiaia, e le Gòrgoni: Medusa, l’unica mortale, la perversione intellettuale, Euriale, la perversione sessuale, e Steno la perversione morale, custodi dell’Ade.
Quando Perseo dovette sconfiggere la Medusa, fu costretto a raggirare le Graie, sfruttando le loro carenze fisiche (sapete… l’età…) per ottenere, elmo, scudo e bisaccia dalle Ninfe Stigie. Atena, dea della Saggezza e della Guerra, volle per il suo scudo la testa della Medusa, in grado di pietrificare (corrompere la mente, esercitare fascinazione) chiunque.

Ricalco e Guida

Il principio cardine della psicoterapia ericksoniana (e forse di ogni psicoterapia) è quello del “pacing and leading”: letteralmente ‘seguo e guido’, che nella strutturazione strategica diviene ‘seguo per guidare’.
La persona che si reca nello studio dello psicologo si sente spesso frustrata nell’esternare le sue difficoltà, la depressione può disgraziatamente tradursi nella “malattia di chi non reagisce” o di chi “non ha niente a cui pensare”, l’ansia distrugge le relazioni per l’impossibilità oggettiva di pronosticare con esattezza gli eventi futuri, il panico diventa troppo facilmente “qualcosa che devi affrontare per superarlo”.
Tutte queste “sentenze” potrebbero essere senz’altro mosse da estrema buona fede e persino inquadrare una parte del problema, ma spesso il modo in cui sono fornite non fa che aggravare lo stato di salute di chi inevitabilmente le incamera come colpe a cui dover rimediare.
Per questo, prima di guidare la persona verso una nuova prospettiva, occorre adottare la sua, anche quando sembra del tutto folle, delirante.
Se come ciclisti siamo disposti a metterci ‘a ruota’ di chi ci guida nei sentieri impervi della sua mappa mentale, avremo modo di dare il cambio al battistrada e virare verso dolci declivi.

Cosa c’è dietro la fine dell’anno? 

I Misteri Eleusini sono le uniche cerimonie pubbliche ufficiali dell’antica Grecia. Esse sono dedicate al culto di Demetra, dea dell’agricoltura, ma simbolicamente del succedersi delle stagioni e del risorgere della vita dopo l’inverno. Il mito di Demetra racconta di come, a seguito del rapimento di sua figlia Persefone da parte di Ade e di un successivo inganno dello stesso Ade, in un’eterna lotta di ricatti con Zeus, ella diviene per una parte dell’anno Regina dell’Oltretomba e per la restante parte (Primavera ed Estate) regina della Vita e della Rinascita.

La celebrazione di una fine e un inizio, in maniera ciclica, ripetitiva, non ha mai stancato l’umanità, indipendentemente dalla cultura di appartenenza; in maniera mistica egli ripone in un confine arbitrario le speranze per un futuro migliore. La realtà è che questo è il periodo d’oro degli astrologi (oltre che dei produttori di lenticchie, ovvio), possessori di arti divinatorie tali da poterci mettere davanti a ciò che avverrà. Spettatori della nostra vita, ci basterà pagare il biglietto per un altro anno, nell’unico spettacolo in cui non cambiano solo le immagini, ma anche chi le guarda.

Cos’altro possiamo fare allora se non avere i migliori occhi possibili per ciò che ci si para davanti?

Buon 2018 a tutti! 

La comunicazione non verbale [Seconda Parte]

Gli studi sul tema che più interessano la psicoterapia sono quelli intrapresi da Watzlawick e dalla Programmazione NeuroLinguistica di Bandler e Grinder. Watzlawick, Beavin e Jackson (1967) nella loro opera “Pragmatica della comunicazione umana”, analizzando studi condotti con risonanza magnetica funzionale gli effetti che la comunicazione ha sui modelli interattivi e sulle patologie, concludono che qualsiasi fenomeno psicopatologico non può essere spiegato se isolato dal suo contesto di riferimento, inglobando in tal modo tutta la comunicazione, verbale e non, nel messaggio. Tale premessa li conduce a postulare cinque assiomi fondamentali circa la pragmatica della comunicazione: l’impossibilità di non comunicare, l’inscindibilità tra aspetti di contenuto e quelli di relazione in modo che i secondi classifichino i primi, la dipendenza dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione nella definizione della natura della stessa, la differenza tra comunicazione logica e analogica (alla prima manca una semantica adeguata, alla seconda una sintassi), la complementarità o simmetricità di tutti gli scambi comunicativi. Un concetto chiave della teoria della pragmatica della comunicazione è quello chiamato metacomunicazione: la comunicazione sulla comunicazione. Gli schemi mentali che adoperiamo quando metacomunichiamo non sono più quelli della comunicazione, ma rappresentano un artefatto, una complessità di regole fisse assimilabili a quelli del gioco degli scacchi, non necessariamente padroneggiate dai comunicanti. L’opera affronta inoltre un argomento che interessa da vicino questa dissertazione, quando distingue per l’uomo due essenziali possibilità, del tutto differenti, di far riferimento ad oggetti (in senso esteso): dargli un nome; rappresentarli con un immagine. L’uso della rappresentazione, reale o suggerita, dell’oggetto, è il fulcro principale della comunicazione non verbale. Ogni volta che si nomina una cosa, è evidente che si adopera un rapporto tra significante e significato stabilito arbitrariamente. Il linguaggio numerico che ne deriva è un insieme di segni arbitrari imposti e modificati dalla sintassi della lingua a seconda delle necessità. La comunicazione analogica, rispetto a questa, ha le sue radici in periodi molto più arcaici dell’evoluzione e la sua validità è quindi molto più generale del modulo numerico. Se si ricorda che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, è lecito aspettarsi che i due moduli di comunicazione non soltanto coesistano ma siano reciprocamente complementari in ogni messaggio. Nonostante ciò, sono molto ben diversi non solo nella loro manifestazione, ma anche nella loro stessa natura: il linguaggio numerico è assertivo o denotativo, quello analogico è un’invocazione alla relazione e una definizione delle caratteristiche che la regolano. Per questo la comunicazione non verbale non si limita al movimento del corpo, ma include la sua posizione, il ritmo e la cadenza delle parole stesse e ogni altra espressione non verbale di cui l’organismo sia capace, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo un’interazione. Da queste premesse Watzlawick può iniziare ad indagare il linguaggio psicopatologico, l’organizzazione dell’interazione umana, la comunicazione paradossale e i paradossi in psicoterapia. Lo psicoterapeuta Richard Bandler e il linguista John Grinder sono invece i fondatori della Programmazione Neurolinguistica, una “tecnica che postula la possibilità di influire sugli schemi comportamentali di una persona tramite la manipolazione di processi neurologici attuata tramite l’uso del linguaggio” (Wikipedia). La PNL si fonda sul costrutto di mappa percettiva: l’universo simbolico del soggetto. Occupandosi della relazione, essa si configura come modello di comunicazione interpersonale incentrata sugli schemi di comportamento mentale ed emozionale. Attraverso una comunicazione efficace si prefigge di istruire le persone all’autoconsapevolezza; la totalità dell’individuo viene strutturata dalle sue diverse componenti: linguaggio, convinzioni, fisiologia. Modificando una di queste componenti si alterano le caratteristiche qualitative e quantitative dei percetti, l’interpretazione dei quali definisce il mondo del soggetto. La PNL nel processo terapeutico privilegia quindi l’abitudine a sviluppare reazioni efficaci, diminuendo quelle indesiderate.

La comunicazione non verbale [Prima parte]

Il primo studio scientifico dedicato alla comunicazione non verbale nell’era moderna è di Charles Darwin. Il suo The Expression and Emotions in Man and Animals (1872) sancì che le emozioni dei mammiferi sono espresse dalla mimica facciale. Dopo 90 anni Silvan Tomkins iniziò i suoi studi sulle emozioni umane con la sua opera Affect Imagery Consciousness: Volume I, The Positive Affects (1962). Rudolf Laban e Warren Lamb approfondirono nelle stesse decadi lo studio sui movimenti del corpo nel mondo della danza. Ray Birdwhistell, antropologo statunitense, creò la cinesica: una materia di studio che si occupa degli aspetti comunicativi appresi ed eseguiti attraverso i movimenti del corpo. Secondo Birdwhistell una persona comunica verbalmente per circa 10 minuti al giorno in media, ma emette e riconosce circa 250.000 espressioni facciali (Pease e Pease, 2004). Albert Meharabian, psicologo sociale alla UCLA, ereditando il lavoro di Birdwhistell, nel 1971 perfezionò un modello che vedeva il messaggio non verbale come prevalente nella comunicazione umana. In quegli anni si credeva che l’appartenenza culturale influenzasse in maniera considerevole la mimica e l’espressività dei movimenti facciali, teoria che cercò di sconfermare Paul Ekman (1969), anch’egli psicologo statunitense, che con Wallace Friesen, mise a punto il FACS (1978) un sistema di decodifica delle espressioni facciali che, intese come involontarie, sono catalogate come universali. Un filone significativo di studi è quello effettuato sulla postura e sulla prossemica degli individui. La postura può determinare il grado di attenzione e coinvolgimento sulla base dell’ “apertura” del proprio corpo, le differenze di condizione sociale tra gli attori della comunicazione e il livello di fiducia che una persona ha nei confronti dell’altro comunicatore (Brehove, 2011). Diversi studi (Bull, 1987) hanno investigato l’incidenza della postura nei rapporti interpersonali, riscontrando che le posture congruenti, o “a specchio”, favoriscono una percezione positiva dell’interlocutore. In generale possiamo oggi con certezza affermare che la postura e la prossemica suggeriscono sentimenti e attitudini nei confronti dell’altra persona. Com’è ovvio, la gestualità entra in modo preponderante nei processi terapeutici, come entra a far parte delle caratteristiche fondamentali della comunicazione extraterapeutica, spesso come ausilio a quella verbale, ma non solo. Sebbene la maggior parte delle ricerche scientifiche sull’argomento siano ancora nella fase embrionale, una qualche categorizzazione è già stata effettuata dai ricercatori. I cosiddetti “emblemi” ad esempio, convenzionali e strettamente legati al contesto culturale, possono rimpiazzare le parole in determinati contesti. Divengono addirittura preponderanti in situazioni limite, come possono essere occasioni estremamente rumorose, o dove al contrario si deve mantenere un basso numero di decibel. Altre branche di approfondimento sono rappresentate dalle ricerche sulla comunicazione tattile o su quello che gli americani chiamano “engagement”: il mantenimento del contatto visivo. 

Credere alle persone, credere nelle persone

“Lei ci credeva così tanto, che ho cominciato a crederci anche io”. Questa frase è di un paziente di una collega, uno dei suoi primi pazienti: mi arrivò come una bordata, la considero il miglior riassunto di come una terapia possa cambiare la prospettiva di vita di una persona. Credere deriva dal latino, e molto semplicemente il suo significato è “porre fede”, un atto, concreto, tra l’altro sintetizzato con un’azione (porre) che evoca movimento. Una persona può cambiare dentro e fuori dalla terapia soltanto se sa che chi gli si pone di fronte si interessa in maniera genuina, se percepisce che ciò che è vero per lei è vero anche per l’Altro. Vero, non necessariamente reale. Sappiamo tutti quanto possa essere difficile concedersi il lusso di considerare vero ciò che non è reale: questo è palese nell’allucinazione uditiva (nessuna voce sentita è reale, ma per quella persona c’è), ma è meno accettabile e condivisibile in altre rappresentazioni della realtà. Quando un paziente mi dice di essere un “buono a nulla”, solitamente è del tutto inutile contestargli questa verità, benché oggettivamente potrei dimostrargli che ci potrebbero essere altri parametri con i quali riconsiderare il suo giudizio. A questo punto un terapeuta non può che prendere per buona questa verità e restituire ciò che può fare per cambiare questo giudizio, magari sulla scorta di alcune risorse che il paziente stesso ha seppellito sotto qualche poco accessibile ettaro della propria mente. Un terapeuta ericksoniano, mutuando la provocative therapy, potrebbe addirittura arrivare a sfidare il paziente ad essere il miglior buono a nulla che può diventare. Nella teoria questo processo viene denominato con la formula “segui e guida”, in un senso più pratico, per ottenere una ristrutturazione del giudizio di sé, bisogna prima accettare tutto il mondo del paziente. E poi essere sinceramente, genuinamente, potentemente convinti che il paziente possieda le risorse per riuscire dove lui stesso non credeva di poter riuscire. 

Questo non vale solo nello studio del terapeuta, pochi giorni fa leggevo un volume interessante su “Come motivare gli alunni difficili”, le basi sono sempre le stesse, credere che un’altra persona possa riuscire è sempre il miglior modo per far sì che ci riesca, sostituirsi ad essa in un compito è il miglior modo per dirgli che non ce la farà.

Disturbo da accumulo

La Disposofobia, o disturbo da accumulo, è una condizione patologica molto più diffusa di quanto comunemente si possa credere ed in generale il tratto di personalità non patologico confinante può rappresentare già una menomazione significativa della regolare routine quotidiana, ma soprattutto incidere nelle relazioni. La gestione dello spazio è sicuramente uno degli aspetti più delicati di qualsiasi relazione: la Disposofobia è un continuo attentato alla serenità domestica e si associa praticamente sempre ad altri disturbi psichiatrici, dal Disturbo Ossessivo Compulsivo, alla Schizofrenia.

Ciò che appare incomprensibile a chi sta vicino alla persona che accumula oggetti, è il perfetto ordine mentale che questo accumulo comporta. Quello che per gli altri è disordine e impedimento, per il disposofobico è la disposizione ideale, irrinunciabile e quasi immutabile di tutto ciò che può risultare immediatamente utile. Come in una perenne condizione bellica, egli mantiene oggetti, strumenti e informazioni sempre a portata di mano e possibilmente alla portata del colpo d’occhio.

Difficilmente instaura nuove relazioni, perché ha memoria di come spesso siano risultate deludenti. Con grande pazienza una relazione efficace può permettere di arrivare però alla domanda cruciale: “Cosa è diventato meno importante?”, che nasconde un doloroso “Da cosa sei disposto a separarti?”. Se la persona accetta questo passaggio fondamentale, qualsiasi scenario diventa plausibile, nell’ottica che un piccolo cambiamento è propedeutico ad un grande cambiamento.